Usura e terrore a Reggio Calabria. E’ stato definito dagli inquirenti un sodalizio criminale spietato, capace di stringere le vittime in un “circolo vizioso” di debiti, minacce di morte e violenze fisiche, con la complicità infedele di chi avrebbe dovuto servire lo Stato. È questo il quadro delineato dall’indagine condotta dalla Guardia di Finanza di Villa San Giovanni e dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, coordinata dalla Procura locale diretta da Giuseppe Borrelli. Le vittime, trovandosi in gravi difficoltà economiche e con un’elevata esposizione debitoria, si sono rivolte direttamente ad un catanese per ottenere dei prestiti. Lui ha concesso i finanziamenti richiesti, pretendendo però in cambio la restituzione di somme di denaro decisamente sproporzionate rispetto al valore del credito erogato. Due persone sono in carcere, due ai domiciliari, emessi due divieti di avvicinamento e due sospensioni dal pubblico ufficio. Contestualmente, i militari hanno eseguito un sequestro preventivo di oltre 150 mila euro, ritenuto il profitto delle attività usurarie. Le indagini sono partite dalle denunce di una vittima e dei parenti di un secondo soggetto, entrambi soffocati dai debiti. I due principali indagati, ora in carcere, si presentavano come “mediatori” per l’ottenimento di prestiti bancari. In cambio pretendevano commissioni usurarie pari a una cifra compresa tra un terzo e la metà del capitale finanziato. Quando le vittime non riuscivano più a pagare, scattava la violenza. Le intercettazioni e i riscontri hanno documentato minacce dirette: “Ti affogo”, “Ti sparo”, “Ti prendo a calci davanti a tua moglie”; pressioni psicologiche: Un indagato ha persino pubblicato su WhatsApp il manifesto funebre di una delle vittime ancora in vita e atti intimidatori: Incendi di autovetture e uccisione di animali nele abitazioni delle vittime. Sono stati sospesi per un anno due appartenenti alle Forze dell’ordine e alle Forze Armate. Secondo l’accusa, i due hanno collaborato con gli usurai dietro compenso, effettuando appostamenti e fornendo illecitamente strumentazione tecnica (microcamere e rilevatori GPS) in dotazione esclusiva alle istituzioni per rintracciare i debitori in fuga. Il supporto al “business” arrivava anche dalle mura domestiche con le mogli dei due capi, colpite dal divieto di avvicinamento, indagate per aver esercitato pressioni psicologiche sulle consorti delle vittime e per aver fornito consigli ai mariti su come eludere le indagini. Altri due soggetti, ai domiciliari, fungevano da “braccio operativo” per la localizzazione delle vittime, mettendo a disposizione competenze tecnologiche e logistiche.
CATANIA - USURA E TERRORE: 8 MISURE, COINVOLTE FF.OO
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