Quest’anno compie trent’anni la normativa italiana che regola la confisca dei beni della mafia. un modello internazionale che punta non solo a colpire il patrimonio dei boss, ma a restituire tali risorse alla collettività attraverso il riutilizzo sociale. I beni confiscati diventano contrasto economico alla criminalità organizzata. La normativa italiana, considerata un modello internazionale, punta non solo a colpire il patrimonio dei boss, ma a restituire tali risorse alla collettività attraverso il riutilizzo sociale. Il presidente della commissione regionale Antimafia, Antonello Cracolici ha evidenziato come La legge 109 del 1996, nata da una grande mobilitazione collettiva promossa da Libera, ha reso l’Italia un modello di riscatto per altri paesi che, a differenza nostra, non avevano un sistema creato dal sacrificio delle migliaia di vittime uccise dalle mafie”. “A trent’anni dall’applicazione di quella legge dobbiamo affrontare alcuni punti critici – continua Cracolici – come i tempi lunghi di assegnazione che pregiudicano le condizioni dei beni, spesso abbandonati o vandalizzati. C’è poi un paradosso nella gestione che penalizza soprattutto La Sicilia, che da sola conta il 40% dei beni sottratti ai clan dell’intero Paese: l’Agenzia nazionale dei beni confiscati ha una sede a Palermo e una a Reggio Calabria che deve occuparsi di oltre la metà dei beni della nostra Regione. Una frammentazione di competenze che soffoca le realtà produttive e non dà una visione unitaria della gestione in Sicilia”. “Inoltre – conclude il presidente – l’assenza di una piattaforma digitale che possa rendere accessibile la mappa dei beni in attesa di assegnazione è un ostacolo alle opportunità di riutilizzo. Superare questi nodi critici è una priorità se non vogliamo vanificare il valore della confisca” ha cocnluso Il presidente della commissione antimafia Antonello Cracolici
BENI CONFISCATI ALLA MAFIA - 30 ANNI FA LA LEGGE PER IL RIUSO SOCIALE
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