Il sistema penitenziario italiano finisce nuovamente sotto accusa dopo il decesso di Francesco Capria, 41 anni, morto all’interno della casa circondariale di Augusta il 18 marzo scorso. Si tratta del terzo caso in un anno nell’istituto di Brucoli, un dato che alimenta la denuncia di chi vede il carcere come una “discarica sociale” priva di garanzie umane. Capria, che stava scontando una pena di sei anni e 8 mesi, soffriva di gravi disturbi psichiatrici che, secondo la famiglia e la difesa, erano del tutto incompatibili con il regime detentivo. Nonostante le istanze urgenti presentate dal legale Giuseppe Bonavita per ottenere la sospensione della pena o il trasferimento in una struttura assistita, il Magistrato di Sorveglianza aveva rigettato le richieste a gennaio, basandosi sui pareri sanitari interni che non ravvisavano pericoli immediati. Tuttavia, il percorso per un inserimento in una residenza idonea non si è mai concluso. La Procura di Siracusa ha ora aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia per accertare eventuali responsabilità e le esatte cause del decesso. I familiari, ai quali è stato inizialmente negato di vedere la salma sotto sequestro, chiedono verità e giustizia, puntando il dito contro i ritardi burocratici e le carenze assistenziali. Francesco Capria stava scontando una condanna definitiva a 6 anni e 8 mesi per rapina. La difesa aveva centrato i ricorsi sulla gravità delle sue condizioni psichiatriche e su uno stato di forte debilitazione fisica, sostenendo che il reato non dovesse precludere il diritto a cure specifiche in strutture esterne, come le Rems o gli arresti domiciliari in luoghi di cura. La magistratura, nel rigetto di gennaio, aveva ritenuto che il quadro clinico fosse ancora gestibile all’interno del circuito carcerario
AUGUSTA - MUORE DETENUTO, PROCURA APRE FASCICOLO
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