RAGUSANO PESTATO, IL CORAGGIO DI DAVIDE

di Viviana Sammito
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Non è solo il racconto di un’aggressione, è il manifesto di una resistenza umana che commuove e interroga. Davide Simone Cavallo, 22 anni, studente ragusano di Economia dell’Arte con la passione per la poesia e la ginnastica, ha deciso di rompere il silenzio a pochi giorni dall’udienza legale del 20 maggio. Il suo è il diario di una notte che ha spezzato un destino. Il 12 ottobre scorso, nei luoghi della movida di Corso Como, Davide viene circondato da un branco di cinque balordi: quello che inizia come una rapina degenera in una violenza gratuita e brutale: calci, pugni e, infine, una coltellata profonda alla schiena. Il fendente raggiunge il midollo, causando un’ischemia midollare dorsale. Davide viene lasciato a terra, “come un palloncino scoppiato per gioco”. Dopo giorni di coma farmacologico e terapia intensiva, il risveglio è un incubo di tubi, allucinazioni da farmaci e una domanda lacerante: “Perché non mi sento le gambe?”. Inizia così il calvario clinico: Lesione midollare incompleta, polmoni perforati, perdita della sensibilità dalla vita in giù. Sei mesi scanditi da cateteri, spasmi muscolari, infezioni e l’onnipresenza delle “ruote”, simbolo di una libertà perduta ma strenuamente difesa. Nonostante la sedia a rotelle e i dolori che ancora oggi lo tormentano, Davide spiazza tutti rifiutando l’odio. “L’odio non è logico,” scrive, arrivando a provare compassione per i suoi aggressori, descritti come ragazzi persi in una rabbia generazionale. Una lezione di dignità che non cancella però la gravità del gesto: il dolore inflitto alla sua famiglia e la sottrazione violenta di una normalità fatta di salti, corse e capriole. Oggi Davide è un ragazzo che sta imparando a conoscere un “corpo fantasma”, dove la sensibilità è un ricordo e ogni passo riconquistato all’Unità Spinale del Niguarda è una vittoria della volontà. Il suo messaggio è un monito a non dare nulla per scontato e a vivere con urgenza. Nonostante il processo imminente, Davide non cerca vendetta, ma giustizia e, soprattutto, la possibilità di continuare a cantare, aggrappato a quella luce che lo ha tenuto vivo quando la morte gli camminava accanto.