E’ stato il boss ergastolano Aldo Ercolano, nipote e alter ego del capomafia Nitto Santapaola, ad ordinare l’agguato del 31 ottobre del 1990 in cui furono uccisi, nel sito delle Acciaierie Megara di Catania, gli imprenditori Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, che avevano rifiutato di pagare il ‘pizzo’ a Cosa nostra. A distanza di 36 anni, si fa finalmente strada la verità grazie all’inchiesta, coordinata dal procuratore generale Carmelo Zuccaro, che ha portato al rinvio a giudizio per omicidio del boss Aldo Ercolano, imputato anche di estorsione aggravata dall’avere favorito la mafia insieme a Vincenzo Vinciullo, Antonio Alfio Motta, Francesco Tusa e Leonardo Greco. La svolta, ricostruisce Zuccaro, arriva “dall’ammissione dagli imprenditori bresciani Ettore Lonati e Amato Stabiuni, nel frattempo divenuti titolari delle quote di maggioranza della Megara, di somme rilevanti, versate negli anni, a titolo di estorsione dopo il duplice omicidio”. Una ricostruzione, osserva Zuccaro, negata per molto tempo. Emerge anche il ruolo ricoperto dall’allora Cavaliere del lavoro Carmelo Costanzo, morto nell’aprile del 1990, “i cui noti legami con il sodalizio mafioso diretto da Santapaola e Ercolano – scrive – gli avevano consentito di interporsi tra l’amministrazione del tempo della Megara”, bloccando le richieste di ‘pizzo’, perché “voleva acquistare dall’azienda, a prezzi di favore, dei tondini in ferro per la sua attività di imprenditore edile”. Ercolano, ricostruisce Zuccaro, “aveva cercato di assumere il controllo della Megara come socio occulto o quanto meno di estorcerne rilevanti profitti dopo che era venuto meno lo ‘schermo’ di Costanzo”. “Questi importanti risultati investigativi – sottolinea il procuratore generale – sono stati resi possibili grazie allo straordinario lavoro svolto dalla squadra investigativa composta da Dia di Catania e Nucleo interforze, che hanno riesaminato l’ingente materiale mai esaminato in precedenza nella giusta prospettiva”.
CATANIA - ROVETTA E VECCHIO UCCISI PER IL “NO” AL PIZZO
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