Per anni è stato ritenuto un trafficante internazionale di opere d’arte e uno dei finanziatori della latitanza di Matteo Messina Denaro, accuse costate a Giovanni Franco Becchina, 85 anni, originario di Castelvetrano ma residente in Svizzera, una confisca milionaria ribaltata oggi dalla Corte d’Appello di Palermo. I giudici di secondo grado hanno revocato integralmente il provvedimento emesso nel 2021 dal tribunale di Trapani nei confronti di Becchina, della moglie e delle figlie, dichiarando che non c’è alcuna sproporzione tra il patrimonio della famiglia e le loro fonti lecite di reddito. Tra i beni restituiti anche il palazzo dei principi Aragona di Castelvetrano, simbolo del centro storico cittadino, tornato alla famiglia dopo quasi otto anni. La proposta della misura di prevenzione, fatta dai pm di Palermo, si basava su una presunta pericolosità di Becchina che, secondo l’accusa, avrebbe riciclato reperti archeologici per la cosca di Messina Denaro. Già in primo grado, però, il tribunale, dopo aver analizzato le dichiarazioni di diversi pentiti, aveva escluso tale circostanza, sostenendo la “mancanza di elementi di certezza non solo sull’affiliazione, ma anche su specifiche condotte illecite attribuibili a Becchina in favore di Cosa Nostra”. Lo stesso Tribunale aveva accertato che la quasi totalità dei reperti custoditi nei magazzini di Basilea non proveniva dalla Sicilia, elemento che indeboliva l’ipotesi di un collegamento con il clan. I giudici avevano concluso che Becchina aveva sempre agito “guidato unicamente da interessi propri”, come mercante d’arte e non come prestanome della criminalità organizzata. Coinvolto in una indagine su presunti legami con la mafia, la sua posizione era stata archiviata già negli anni Novanta dalla Procura di Marsala, allora guidata da Paolo Borsellino, e successivamente da quella di Palermo.
MAFIA - “NON AIUTO’ MESSINA DENARO”, CONFISCA REVOCATA
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